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02/01/2012
Psicheanima

Togliere la legna da sotto la pentola

 "Non opporsi direttamente alla forza, ma ritirarle il punto d'appoggio."  

Dal Libro dei 36 Stratagemmi.

 

"Restando sul suo dorso la tigre non può mordere."  - Dal Libro dei Mutamenti (I Ching – Yijing).

 

Anche se una forza è inattaccabile si può sempre esaurire la sua fonte. Nell'arte militare gli attacchi portati contro le basi delle retrovie , le cisterne, gli oleodotti, fanno parte del metodo "togliere la legna da sotto la pentola dell'avversario."

 

" Chi è in condizione di vedere la propria Ombra e di sopportarne la conoscenza ha già assolto una piccola parte del compito..." (Jung)

 

YODA: Corri! Sì, sì. Il vigore di un Jedi scaturisce dalla Forza. Ma attento al lato oscuro. Rabbia, paura, violenza: sono loro il lato oscuro. Veloci ti raggiungono quando combatti. Se anche una sola volta la strada buia tu prendi, per sempre dominerà essa il tuo destino. Consumerà te, come consumò l'apprendista di Obi-Wan.
LUKE: Fener. Il lato oscuro è più forte?
YODA: No. No. No. Più rapido, più facile, più seducente.
LUKE: Ma come distinguo quello cattivo dal buono?
YODA: Lo imparerai. Quando sei calmo, in pace, passivo. Un Jedi usa la Forza per saggezza e difesa, mai per attaccare.
YODA: La grandezza non conta. Guarda me, giudichi forse me dalla grandezza? Non dovresti farlo infatti, perché mio alleato è la Forza, ed un potente alleato essa è. La vita essa crea ed accresce. La sua energia ci circonda e ci lega. Illuminati noi siamo, non questa materia grezza! Tu devi sentire la Forza intorno a te. Qui, tra te, me, l'albero, la pietra, dovunque.

 

Secondo il principio fondamentale dell'Aikido, dobbiamo arrenderci alla forza che ci raggiunge in modo che non possa danneggiarci; nel contempo cerchiamo di cambiare la sua direzione spingendola da dietro invece di opporre una resistenza frontale."

Il praticante dell'Aikido non si oppone mai alla forza dell'avversario. Al contrario, devia quella stessa forza allontanandola da sé.

Applichiamo lo stesso principio ai problemi che si manifestano nella vita quotidiana, un buon praticante di Aikido è sfuggente come la verità dello Zen: si rende simile a un koan, un rompicapo, che diventa ancora più enigmatico a ogni tentativo di risolverlo.

Un buon praticante di Aikido è come acqua: scivola via tra le dita di chi cerca di afferrarlo.

 

William Blake:

« Tyger! Tyger! burning bright
in the forests of the night,
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry? »

 

« Tigre! Tigre! Brucia di splendore
nelle foreste della notte,
quale mano o occhio immortale
formò la tua agghiacciante simmetria?  »

 
 
 
02/12/2011
Psicheanima

Arthur Rimbaud e Jim Morrison

L'Ombra creativa dei ribelli

L'accostamento tra Arthur Rimbaud e James Douglas Morrison[1] è stato proposto da W. Fowlie, docente di letteratura francese alla Duke University (U.S.A.) in un affascinante e coraggioso parallelo tra i due personaggi. Più che entrare nel merito del lavoro di Fowlie, che secondo una certa condivisibile critica non rende giustizia alla memoria di Morrison, lasciandolo apparire come poco più di un epigono di Rimbaud, vorrei soffermarmi sul titolo: " Rimbaud and Jim Morrison, The rebel as poet". Chissà per quale motivo, i traduttori italiani hanno preferito invertire le parole "ribelle" e "poeta", traducendo: "Il poeta come ribelle". Apparentemente, potrebbe sembrare nota di poco conto, ma "Il poeta come ribelle", può tutt'al più dirsi di un Dante o di un Majakovskij.

Rimbaud e Morrison invece, sono uniti forse unicamente dalla loro natura di ribelli che si fanno poeti. Il titolo originale di Fowlie è dunque l'unico pertinente.

Infatti, Rimbaud, oltre ad essere ancora l'insuperato riferimento di tutte le avanguardie, ed a generare dichiaratamente ispirazione in autori quali James Joyce e Pier Paolo Pasolini, è certamente il più letto ed amato tra tutti i poeti nell'universo di ribelli per eccellenza: il Rock.

Questo fatto dev'essere preso in seria considerazione se si vogliono analizzare senza pregiudizio la psicologia e la spiritualità contemporanee.

Bob Dylan, consiglia la lettura di Rimbaud nei testi delle sue canzoni. I Beatles si sono ispirati alle poesie di Illuminations per alcune scene del loro film Help. La rockstar Patti Smith, dedica un intero libro di poesie a Rimbaud, alcune delle quali anche belle. Impossibile inoltre, tralasciare l'indubbia influenza di Rimbaud sull'intero movimento della Beat Generation: per Jack Kerouac, autore del romanzo simbolo "On the Road", è l'atto stesso dello scrivere che guida le emozioni. Scrivere significa aderire al processo creativo fino alla perdita della coscienza.

Il talento, nella critica corrosiva delle poesie di Allen Ginsberg, che nel suo lavoro "l'Urlo" ha esaltato fino ad un paradossale misticismo gli emarginati delle periferie, contrapponendoli criticamente al patinato "sogno americano", è collegabile alla sua conoscenza di autori quali: Walt Whitman, William Blake e Rimbaud.

La stessa energia nell'esaltazione del mito della vita vagabonda e la radicale contestazione della società borghese, si ritrova in Laurence Ferlinghetti. Fin dalla nascita della Beat Generation, Ferlinghetti è stato considerato uno dei suoi punti di riferimento, grazie ai suoi scritti ed alla sua libreria: la City Lights Book Shop di San Francisco. L'impeto allucinatorio della poesia di Ferlinghetti, contiene la diretta evocazione di Rimbaud, assieme ad altri poeti, quali numi tutelari della poesia mistica e visionaria.

Questi autori e musicisti, hanno sconvolto l'America degli anni '60, mostrando con cruda simbolicità espressiva l'Ombra paurosa della società americana. Mentre una buona parte di Americani mangiava comodamente popcorn discutendo sull'attualità dell'ultima pettinatura di Jaqueline Kennedy, milioni di persone si massacravano in Vietnam. L'intera generazione Beat portò nelle ordinate famiglie americane la stessa esplosività che gli americani allontanavano con noncuranza. I Beat rivoltarono la società ed i valori che la supportavano come un guanto. Mischiarono la filosofia con il sesso, erano saggi e matti, musicali e maledetti. Il loro mito era la letteratura classica, ma anche la libertà assoluta di pensiero e di movimento. La loro semplicità e l'importanza delle ragioni propugnate, lontana dal mondo di celluloide Hollywoodiano e dalla politica dei sondaggi, colpì dritta il cuore di un intero universo giovanile che vi s'identificò completamente.

Senza una ribellione non c'è incontro con l'Ombra. L'Ombra agisce silenziosa e gioca scherzi mortali a nostra insaputa. La presa di coscienza dell'Ombra passa soltanto attraverso una radicale rivisitazione di tutto ciò che è noto, di tutto ciò che è scontato. Senza la capacità di ribellarsi, di rimettere tutto in discussione, non si può pensare a costruire. I castelli di carta crollano presto, così come rovinosamente cedono le alte torri dove preserviamo le nostre certezze e le credenze stantie. La verità è un cammino, non è mai statica. Aldo Carotenuto la definì "verità itinerante". La sua ricerca esige la perdita di qualcos'altro. Anche la ribellione quindi, ha il suo prezzo. Mao Tse-Tung, era convinto che nessuna rivoluzione si potesse vincere se non fosse mossa da una giusta causa e se non si disponesse dei mezzi per effettuarla. Morrison e Rimbaud erano dei ribelli, ma anche delle personalità eccezionali. Dai ricordi della Madre e della sorella, si è saputo che Rimbaud passava notti insonni a leggere come un forsennato. Spesso digiunava e restava al lume di candela, chino sui libri, quasi in preda ad una sorta di delirio.

Jim Morrison voleva essere un poeta. Voleva che si parlasse delle sue poesie, che si discutesse di ciò che pensava del mondo e della società. Effettivamente, solo oggi la critica si sta accorgendo che Morrison è stato anche un poeta degno di rilievo. Alla fine della sua fulminea vita si ritirò a Parigi, dove sperava di potersi dedicare alla poesia e probabilmente ricominciare ad occuparsi della sua prima passione: il cinema, la regia. Non voleva più sentirsi una rockstar, e forse lo era stato solo per caso. Il suo grande merito come musicista, fu proprio quello di aver riavvicinato il palcoscenico del rock al teatro classico, ai ditirambi dell'ebbrezza dionisiaca. Morrison era un buon letterato ed un conoscitore della letteratura classica. Questa era la sua passione principale. Nella poesia An American Prayer scrisse: "Reinventiamoci gli dei, tutti i miti dei tempi (...) dove sono le feste che ci avevano promesso, dov'è il Vino Nuovo? (...) Lo sapevi che la libertà esiste solo nei libri di scuola?". Jim non riuscì a trovare quel Vino Nuovo, sentiva che la libertà di essere un poeta non gli sarebbe stata concessa. L'ingordigia dei mass-media infatti, fu implacabile. La società aveva ormai eletto Morrison re del Rock e del sesso. Le proiezioni di milioni di persone pretendevano Morrison inchiodato in un ruolo che egli, forse, non voleva incarnare più. Fu seppellito non solo dalla personalità indebolita dall'alcool, che era un effetto non una causa, ma soprattutto dal peso che gli era stato inflitto.

Sarebbe stato difficilissimo sbarazzarsi dello stereotipo che gli era stato ritagliato su misura addosso, comunque lui non ne fu capace e questo lo portò alla morte. Non poteva diventare un semplice scrittore, non aveva diritto a desiderare di vivere nel modesto appartamento di rue de Beautreilleis, in compagnia della sua fidanzata Pam. Doveva morire come "Re Lucertola", il seducente cantante in pelle nera dai movimenti psichedelici, lo sciamano elettronico.

La sorte di Rimbaud, indipendentemente da altre caratteristiche personali, in questo senso fu più benevola. Nel 1880 non c'erano fan-club, o giornalisti e televisioni in grado di scovarlo in qualche capanna in Africa. La società del consumo non poteva commercializzarlo come "poeta-prodotto".

La voce di Jim Morrison, come Arthur Rimbaud è la voce delle generazioni di ribelli, ma è anche la voce di tutti coloro che non si fermano davanti a ciò che è dato come scontato. E' la possibilità di cambiamento e di rinnovamento che contraddistingue l'immagine di Rimbaud. La capacità di evocare l'Ombra come uno spettro, che è il dono dei ribelli e tra questi, Rimbaud e Morrison saranno sempre in prima linea.

 

[1] J.D. Morrison (1943-1971) Poeta e Rockstar statunitense. La sua breve stagione come cantante rock ha lasciato un'indelebile impronta infiammando una generazione. Dopo la sua morte, avvenuta a Parigi, ha continuato ad appassionare milioni di persone in tutto il mondo. E' entrato di diritto nell'empireo dei miti della musica moderna e della cultura giovanile del XX secolo.

 

Dott. Alessandro Raggi

 
 
 
01/12/2011
Psicheanima

"Ciò che osserviamo non è la natura in se stessa ma la natura esposta ai nostri metodi d'indagine."

W. K. Heisenberg (1901-1976)

 

"La scienza avanza attraverso risposte provvisorie a una serie di domande sempre più sottili che scendono sempre più in profondità nell'essenza dei fenomeni naturali."

Louis Pasteur (1822-1895)

 

 

 

 
 
 
06/11/2011
Alessandro Raggi

Personalità "normale" e nevrotica

le differenze individuali

 

Lo stile di personalità e persino il disturbo della personalità, non sottraggono l'individuo alla scelta morale, a meno che la pervasività del disturbo non sia tale da inficiare questa stessa possibilità. Dire che un individuo è isterico, narcisista, ipocondriaco, depresso o ossessivo, descrive innanzitutto uno stile di personalità che soprattutto a livello di funzionamento nevrotico - e dunque molto vicino al concetto di normalità intesa come "media" e non come funzionamento mentale "ideale" - non è sufficiente a consentire di categorizzare alcuna persona, in particolare rispetto alle proprie scelte morali.

Come ha ben descritto Alexander Lowen, il narcisista non patologico può funzionare ad un livello sorprendentemente efficace nelle relazioni interpersonali e persino il narcisista patologico, nella maggioranza dei casi, non si sottrae alle sue responsabilità morali.

Molte personalità istrioniche sviluppano livelli di integrazione tali da consentirgli di diventare attori, comunicatori, artisti, abili intrattenitori. Lo stile di personalità non va confuso con la patologia e la patologia, non va mai associata alla responsabilità morale dell'individuo, non è assolutoria per i comportamenti non fondati su base etica.

Qualunque individuo può indifferentemente essere simpatico, gentile generoso, altruista o profondamente "stronzo", caratteristiche che troviamo sia nelle personalità "sane" che in quelle disturbate.

 

immagine: Good and Evil Angels - (1795) - William Blake 

 
 
 
31/10/2011
Presentazione SCUOLA di specializzazione in Psicoterapia analitica

PRESENTAZIONE

SCUOLA di specializzazione in Psicoterapia analitica " AION"

( Riconosciuta dal MURST Decreto180 del 3-8-2004)

 

sabato 5 Novembre ore 15 Via Palestro 6 Bologna

 

Introduzione e saluti del Direttore della Scuola, Dott. Angelo Gabriele Aiello

 

1) Vita e Pensiero di Jung , Dott.ssa Giancarla Tisselli

 

2) La tipologia psicologica e la pratica psicoanalitica nell'impianto teorico di Jung, Dott.ssa M. Cristina De Francesco

 

3) Psicopatologia contemporanea e psicologia analitica junghiana, Dott.ssa Lucia Favilli

 

4) Il valore della mitologia nella psicoanalisi junghiana , Dott.ssa M. Cristina Butti

 
 
 
28/10/2011
Alessandro Raggi

James Hillman (12 aprile, 1926 - 27 ottobre, 2011)

Resterà per sempre nel nostro cuore e nella nostra memoria per la sua scrittura affascinante, per l'irriverente libertà di pensiero e l'iconoclastia della sua intelligenza. Hillman ha saputo riportare l'Anima al centro dell'attenzione della psicologia. Le sue riflessioni sull'estetica delle cose, la natura e il mondo, il carattere individuale, l'immaginazione archetipica, la società contemporanea e l'antica Grecia, lo scopo della psicologia, resteranno un riferimento negli anni a venire per tutti coloro che aspirano ad un pensiero veramente libero e creativo.

Addio grande pensatore e incommensurabile guida.

 

 

 

 
 
 
26/09/2011
Dr. Alessandro Raggi

Dibattito sull'inconscio collettivo

 

Vi propongo di seguito uno scambio di opinioni tra me ed un collega che mi offre uno spunto per parlare di inconscio collettivo.

 

Paolo XXXX (per ragioni di riservatezza non cito l'autore della presente questione)

Provoco: la psicologia dipende da un paradigma epistemico individualista, tant'è che la psiche - entità la cui realtà, quando la si domanda agli psicologi, resta spesso oscura - è la psiche di uno. Tutta la psicologia, peraltro, ha sempre "scoperto" da Lewin a Freud, da Watzlawick a Lacan, la sua essenza "relazionale". Per cui, concludendo, credo che sia tenpo di pensare la relazione a partire da qualcosa di diverso dall'anima di ognuno. Cos'è un psiche non individuale? Jung ci pensava, ma era a mio parere un poco facilone. Personalmente rimanderei a Lewy alla sua intelligenza collettiva, come ponte verso Averroè. Ovvero: quel che sta in mente non è che forse è un po' di tutti?

 

Alessandro Raggi • veramente la psiche è oscura perchè profonda ed il suo studio non termina e non si esaurisce praticamente mai, essendo un costrutto concettuale formato da componenti che si autoalimentano come l'emotività, l'intelligenza e la coscienza, ma francamente un qualsiasi laureando in psicologia ai primissimi esami è (se ha studiato) in grado di darne una definizione e di indicarne le metodologie di studio. Inoltre Jung, che non ha bisogno della mia difesa, è stato uno dei più grandi pensatori degli ultimi secoli e le sue teorie, come quella dell'inconscio collettivo, spiegata lungamente in modo tutt'altro che "facilone", sono alla base di intuizioni anche filosofiche come quelle di Levy, che parla di un'intelligenza distribuita attraverso le nuove forme mass mediatiche (es: internet). L'inconscio collettivo junghiano è un modo di rappresentare la psiche come un qualcosa di non (solo) individuale, ma come una struttura comune i cui contenuti possono però variare da individuo a individuo e da epoca a epoca. Le forme della struttura comune sono chiamate da Jung "Archetipi" dell'inconscio collettivo e si ripropongono individualmente in simboli, forme e modalità ricorrenti eppure differenti. Dal punto di vista ereditario, esiste per Jung una risposta psichica necessitata a determinate situazioni, che si ripetono per ogni singolo essere umano, e si riattualizzano nella vita dell'individuo. 
Come troviamo una parte filogeneticamente stabile nella struttura biologica dell'uomo, che fa sì che vengano a formarsi i reni, o il tessuto muscolare, secondo caratteristiche comuni nella specie, così sul piano psichico sono rintracciabili dei motivi tipici, che caratterizzano le esperienze fondamentali della vita umana, dal concepimento fino alla morte. 
Le esperienza della nascita, del rapporto con i genitori, lo sviluppo, l'incontro con l'altro sesso, la morte, rappresentano una costante per ogni essere umano, da sempre. Il ripetersi di queste coincidenze, ha generato una base comune, psichica, della quale siamo tutti portatori. Le rappresentazioni di questi trascorsi, dei modelli primordiali del comportamento umano, sono divenuti elementi immaginali, costituenti la base psichica comune dell'uomo. 
Ho per ragioni di spazio eccessivamente ridotto il pensiero di Jung, ma spero che queste poche righe possano essere state utili ad evidenziare che a volte la faciloneria è solo nel nostro modo, spesso frettoloso, wikipedizzato, di leggere ed interpretare.

 
 
 
06/09/2011
L'Ombra nel cinema: "il viaggio della Sposa"

L'Alterità: risorsa o minaccia?

Riconoscimento delle proiezioni d'Ombra

e trasformazione della personalità

 

Il tema dell'alterità come risorsa, o come paurosa minaccia, è motivo di fondo della nostra vita come della creazione artistica, ovunque e nelle epoche più diverse tra loro.

 

Un esempio ci è offerto in maniera suggestiva dal regista Sergio Rubini, nel suo "Il viaggio della sposa" (1997), dove viene raccontata con spunti picareschi la storia di una contessa cresciuta in un convento che, attesa dal suo promesso, viene accompagnata nel suo viaggio verso lo sposo dall'unico sopravvissuto della sua scorta sterminata dai briganti nel Mezzogiorno del 1600. L'accompagnatore è un cocchiere bifolco, Bartolo, che si trova in tutto all'opposto della bella nobildonna. Lui è uomo, ignorante e rozzo, incapace di dire "Voi fate" anziché "Voi facite..."; lei, dama cattolicissima e dalla pelle vellutata, che pur avendo studiato Galileo e la forma del globo terrestre, non ha mai visto davvero il mare.

 

 

Ognuno dei due ha esattamente la stessa possibilità: la repulsione per "l'altro" o l'occasione per un integrazione. Questa seconda strada, sarà quella prescelta, che porterà a molte difficoltà e pericoli per la vita stessa dei due protagonisti, i quali, si troveranno alla fine a riconoscersi l'uno nell'altro, quando la contessa danzerà attorno al fuoco, libera e selvaggia come una zingara e Bartolo potrà finalmente guardarla dicendole senza inflessioni dialettali : "luce dei miei occhi".

 

Gli spunti di riflessione offerti da questa trama semplice, eppure tanto suggestiva proprio perché portatrice di un messaggio di fondo archetipico, offre non pochi spunti di riflessione in un momento nel quale l'esigenza di una forte presa di coscienza del valore della diversità, ci impone una seria riflessione. Una riflessione beninteso, che non deve essere scambiata per una presa di posizione dal sapore prettamente ideologico di quanti proclamano l'accettazione incondizionata. La contessa non avrebbe potuto resistere molto ai modi rozzi di Bartolo se l'avesse semplicemente "accettato" in forza delle sue virtù cattoliche". Così come Bartolo non avrebbe assecondato la contessa, come infatti ad un tratto succede, se non fosse stato egli stesso disposto all'incontro e non solo all'accettazione.

 

Ogni incontro con l'altro è potenzialmente anche un rischio, perché ci espone all'altro, ci svela ai suoi occhi per quello che siamo e ci preannunzia il cambiamento.

Sia l'uno sia l'altro, ancor prima di "incontrarsi", erano predisposti interiormente all'accoglimento di un'altra realtà e alla parziale messa in discussione, anche traumatica, della propria. L'esperienza dell'incontro è sempre rischiosa, ma è anche fonte di espansione del proprio orizzonte; è scoperta dei propri limiti ed esplorazione di altre potenzialità.

 

Osservare la propria Ombra ci permette il ritiro di quest'ultima dal mondo dell'altro, ma ciò richiede disponibilità interiore e sincero accoglimento del proprio materiale grezzo. Il materiale grezzo non è già di per sé oro, può però trasformarsi e diventare oro, ma solo se accettiamo di lavorare con lui e per farlo, dobbiamo almeno essere in grado di vederlo e di riconoscerlo: innanzitutto in noi stessi.

 
 
 
14/08/2011
La natura della mente

La natura della mente

Il naturalismo biologico di John Searle

 

Com'è possibile che il cervello causi la coscienza?

Da Cartesio in poi questo problema è giunto fino ai giorni nostri. Il tipo di problema esposto è riconducibile al problema più generale mente-corpo. In realtà lo stesso Cartesio non trovò mai una risposta soddisfacente a questo dilemma. Riconosceva che la mente causa eventi nel corpo e che gli eventi corporei causano eventi nel regno mentale. Ma come pensava che questo succedesse?

Per Cartesio la soluzione si espresse nell'ipotesi che esistesse un punto di connessione tra mente e corpo e che tale punto dovesse essere collocato nella ghiandola pineale. Cartesio pensava che quello dovesse essere il luogo in cui le forze mentali è quella fisica entrano in contatto.

Questa concezione è chiamata dualismo.

Il dualismo cerca di esprimere che nel mondo ci sono delle caratteristiche mentali ineliminabili e irriducibili in particolare la coscienza l'intenzionalità. Il dualismo presuppone che oltre ai fenomeni materiali debbano esserci i fenomeni mentali non fisici, irriducibili.

 

Dunque in quest'ottica entriamo in una contraddizione: da un lato sosteniamo che l'universo è materiale, ma ciò sembra incompatibile con un'altra posizione: la mente esiste. Storicamente psicologi e filosofi si sono schierati su diverse posizioni, alcuni ritengono che possiamo ridurre il mentale al fisico, il mentale non è altro cioè che il fisico. Questi però stanno dicendo che il mentale in quanto mentale non esiste e non c'è nulla tranne il fisico. Similmente essi ritengono che la coscienza possa essere ridotta a processi cerebrali, allora la coscienza non è altro che un processo cerebrale. Questa posizione è comunemente definita materialismo. Recentemente grazie agli studi delle neuroscienze, si giunti ad una prospettiva integrata: abbiamo pensieri e sensazioni coscienti, queste sono causate da processi neurobiologici nel cervello, ed esistono quali caratteristiche biologiche del sistema cerebrale.

 

Questa posizione è definita da J. Searle (1984, 1992) "naturalismo biologico" ed evita tanto il materialismo quanto il dualismo. La coscienza in questa prospettiva è un livello di sistema, una proprietà biologica allo stesso modo in cui la digestione e la crescita sono livelli di sistema, proprietà biologiche. In quanto tale, la coscienza è una caratteristica del cervello e perciò è parte del mondo fisico. Dunque la coscienza è una caratteristica biologica del cervello allo stesso modo in cui la digestione è una caratteristica biologica dell'apparato digestivo.

Tornando questione, se la coscienza è qualcosa di non fisico come può avere un effetto fisico quale il movimento del corpo? Nella nostra esperienza comune ci sembra che la nostra coscienza muova effettivamente il nostro corpo. Dunque un semplice atto come alzare il braccio può essere spiegato in due modi:

  1. è la nostra decisione cosciente;
  2. è l'attivazione dei nostri neuroni.

 

Come conciliare queste due spiegazioni? Esistono due insiemi separati di cause che alzano il mio braccio uno connesso all'attività neuronale, l'altro alla mia intenzionalità cosciente?

 

La relazione della coscienza con i processi cerebrali è simile a relazione alla liquidità di un campione di acqua e il comportamento delle molecole di H2O; la coscienza non è altro che lo stato in cui si trova il cervello. La mia decisione cosciente (intenzionale) ha causato il movimento del braccio quanto i neuroni che si sono attivati, con tutte le altre conseguenze neurobiologiche che; in quest'accezione parlare di coscienza non significa introdurre una causa aggiuntiva rispetto al livello neuronale, ma significa semplicemente descrivere il sistema neurofisiologico complessivo al livello di sistema globale e non al livello dei singoli microelementi.

 

In primo luogo il mentale dunque appare una caratteristica al livello sistemico della struttura fisica del cervello, in secondo luogo non esistono in termini causali due fenomeni indipendenti quali lo sforzo cosciente e l'attivazione neuronale non cosciente. Non c'è che il sistema cerebrale, che ha un primo livello di descrizione in cui ciò che avviene è un'attivazione neuronale e un altro livello di descrizione, quello sistemico, in cui il sistema è cosciente e in effetti pensa coscientemente di alzare il proprio braccio.

 

Esula dal presente lavoro il voler chiarire tutti gli aspetti di una così complessa questione. Ciò che interessa ai nostri fini è fornire alcuni elementi chiave che ci consentano di far rilevare quanto la natura e la struttura della mente umana siano intimamente connessi alla definizione di archetipo nella sua accezione originaria junghiana. Da queste premesse altre domande ed altri problemi connessi al problema della coscienza potranno essere in futuro maggiormente chiariti grazie allo sviluppo delle neuroscienze:

 

  • il libero arbitrio
  • l'intenzionalità
  • la causalità mentale

 

Sulla base delle recenti scoperte anche lo stesso concetto di inconscio si potrà conciliare con le nostre conoscenze sul resto della realtà, incluse quelle relative al funzionamento del cervello. La nozione di archetipo potrà in seguito all'evoluzione delle neuroscienze assumere una prospettiva naturalistica tale da permetterci di considerare questo stesso concetto come un'intuizione chiave rispetto al modello di funzionamento della mente umana.

 

A mero titolo di esempio, si potranno aprire prospettive di comprensione, basate su elementi compatibili con la scienza corrente, per chiarire la funzione dell'archetipo quale modello di comportamento umano. Quanto ad esempio l'inconscio collettivo, o la presenza di modelli archetipici mentali è compatibile con la nostra percezione di libero arbitrio? Ed a seguire, se la nostra intenzionalità produce effetti causali sulla realtà (come empiricamente verifichiamo quotidianamente) in che modo ed in quale misura siamo liberi, ed in che modo la nostra libertà psicologica si differenzia da quella di soggetti (compulsioni, dipendenze, ecc..) il cui funzionamento mentale è alterato? E'indubbio che se decidiamo cosa mangiare a pranzo o per chi votare alle prossime elezioni sperimentiamo una percezione di libertà maggiore di quella di un soggetto alcolizzato o di un compulsivo, eppure ormai sappiamo di avere cause psicologiche inconsce, che seguono a loro volta schemi archetipici, che influiscono in maniera decisiva sulla nostra motivazione.

 

Chiariamo la domanda: siamo, e se si in che misura, causalmente determinati nella nostra intenzionalità cosciente dalla nostra neurobiologia?

 

Esiste dunque una sorta di determinismo psicologico?

 

Quest'ultima è peraltro una delle critiche più comuni rivolte alla psicologia junghiana degli archetipi, e non ritengo che sia facilmente liquidabile se non partendo da una più profonda disamina delle conoscenze neurobiologiche attuali e future. Se le nostre azioni siano psicologicamente determinate è una questione empirica e non filosofica, ed una risposta fondata potrà essere possibile solo su basi empiriche e fattuali.

 

"Ciò che sosteniamo è che le osservazioni disponibili sono a favore della tesi della libertà psicologica" (J. Searle, 2004; G. Watson, 2003).

 
 
 
26/07/2011
Alessandro Raggi

ESPRESSIVITA' E CONTAGIO EMOTIVO 

(D. Goleman 1995)

Noi trasmettiamo e captiamo gli stati d'animo in una continua interazione reciproca. Le emozioni sono contagiose. In generale, in un interazione un elevato livello di sincronia sta a significare che le persone che vi sono coinvolte si piacciono. L'essenza di un rapporto sta nella coordinazione degli stati d'animo, che è poi la versione adulta della sintonizzazione di una madre con il suo neonato (Daniel Stern). L'orchestrazione può essere impercettibile e un fattore determinante affinchè le relazioni interpersonali siano efficaci è l'abilità con la quale l'individuo attua questa sincronia emotiva. Come avviene questa magica trasmissione? Noi inconsciamente imitiamo le emozioni mostrate dagli altri attraverso una mimica inconsapevole (inconscia è la nostra percezione, ma sul funzionamento neuronale di questo meccanismo le neuroscienze hanno dimostrato l'attività dei cosiddetti "neuroni specchio") che coinvolge l'espressione facciale, i gesti, il tono di voce. Attraverso questa imitazione l'individuo ricrea in se stesso lo stato emotivo dell'altro.  L'individuo dotato di maggiore espressività è solitamente quello le cui emozioni trascinano l'altro.  Alcune persone sono dunque più efficaci nel trasmettere i propri sentimenti agli altri, mentre alcune persone risultano più suscettibili al contagio emozionale. 

 
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