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14/08/2011
La natura della mente

La natura della mente

Il naturalismo biologico di John Searle

 

Com'è possibile che il cervello causi la coscienza?

Da Cartesio in poi questo problema è giunto fino ai giorni nostri. Il tipo di problema esposto è riconducibile al problema più generale mente-corpo. In realtà lo stesso Cartesio non trovò mai una risposta soddisfacente a questo dilemma. Riconosceva che la mente causa eventi nel corpo e che gli eventi corporei causano eventi nel regno mentale. Ma come pensava che questo succedesse?

Per Cartesio la soluzione si espresse nell'ipotesi che esistesse un punto di connessione tra mente e corpo e che tale punto dovesse essere collocato nella ghiandola pineale. Cartesio pensava che quello dovesse essere il luogo in cui le forze mentali è quella fisica entrano in contatto.

Questa concezione è chiamata dualismo.

Il dualismo cerca di esprimere che nel mondo ci sono delle caratteristiche mentali ineliminabili e irriducibili in particolare la coscienza l'intenzionalità. Il dualismo presuppone che oltre ai fenomeni materiali debbano esserci i fenomeni mentali non fisici, irriducibili.

 

Dunque in quest'ottica entriamo in una contraddizione: da un lato sosteniamo che l'universo è materiale, ma ciò sembra incompatibile con un'altra posizione: la mente esiste. Storicamente psicologi e filosofi si sono schierati su diverse posizioni, alcuni ritengono che possiamo ridurre il mentale al fisico, il mentale non è altro cioè che il fisico. Questi però stanno dicendo che il mentale in quanto mentale non esiste e non c'è nulla tranne il fisico. Similmente essi ritengono che la coscienza possa essere ridotta a processi cerebrali, allora la coscienza non è altro che un processo cerebrale. Questa posizione è comunemente definita materialismo. Recentemente grazie agli studi delle neuroscienze, si giunti ad una prospettiva integrata: abbiamo pensieri e sensazioni coscienti, queste sono causate da processi neurobiologici nel cervello, ed esistono quali caratteristiche biologiche del sistema cerebrale.

 

Questa posizione è definita da J. Searle (1984, 1992) "naturalismo biologico" ed evita tanto il materialismo quanto il dualismo. La coscienza in questa prospettiva è un livello di sistema, una proprietà biologica allo stesso modo in cui la digestione e la crescita sono livelli di sistema, proprietà biologiche. In quanto tale, la coscienza è una caratteristica del cervello e perciò è parte del mondo fisico. Dunque la coscienza è una caratteristica biologica del cervello allo stesso modo in cui la digestione è una caratteristica biologica dell'apparato digestivo.

Tornando questione, se la coscienza è qualcosa di non fisico come può avere un effetto fisico quale il movimento del corpo? Nella nostra esperienza comune ci sembra che la nostra coscienza muova effettivamente il nostro corpo. Dunque un semplice atto come alzare il braccio può essere spiegato in due modi:

  1. è la nostra decisione cosciente;
  2. è l'attivazione dei nostri neuroni.

 

Come conciliare queste due spiegazioni? Esistono due insiemi separati di cause che alzano il mio braccio uno connesso all'attività neuronale, l'altro alla mia intenzionalità cosciente?

 

La relazione della coscienza con i processi cerebrali è simile a relazione alla liquidità di un campione di acqua e il comportamento delle molecole di H2O; la coscienza non è altro che lo stato in cui si trova il cervello. La mia decisione cosciente (intenzionale) ha causato il movimento del braccio quanto i neuroni che si sono attivati, con tutte le altre conseguenze neurobiologiche che; in quest'accezione parlare di coscienza non significa introdurre una causa aggiuntiva rispetto al livello neuronale, ma significa semplicemente descrivere il sistema neurofisiologico complessivo al livello di sistema globale e non al livello dei singoli microelementi.

 

In primo luogo il mentale dunque appare una caratteristica al livello sistemico della struttura fisica del cervello, in secondo luogo non esistono in termini causali due fenomeni indipendenti quali lo sforzo cosciente e l'attivazione neuronale non cosciente. Non c'è che il sistema cerebrale, che ha un primo livello di descrizione in cui ciò che avviene è un'attivazione neuronale e un altro livello di descrizione, quello sistemico, in cui il sistema è cosciente e in effetti pensa coscientemente di alzare il proprio braccio.

 

Esula dal presente lavoro il voler chiarire tutti gli aspetti di una così complessa questione. Ciò che interessa ai nostri fini è fornire alcuni elementi chiave che ci consentano di far rilevare quanto la natura e la struttura della mente umana siano intimamente connessi alla definizione di archetipo nella sua accezione originaria junghiana. Da queste premesse altre domande ed altri problemi connessi al problema della coscienza potranno essere in futuro maggiormente chiariti grazie allo sviluppo delle neuroscienze:

 

  • il libero arbitrio
  • l'intenzionalità
  • la causalità mentale

 

Sulla base delle recenti scoperte anche lo stesso concetto di inconscio si potrà conciliare con le nostre conoscenze sul resto della realtà, incluse quelle relative al funzionamento del cervello. La nozione di archetipo potrà in seguito all'evoluzione delle neuroscienze assumere una prospettiva naturalistica tale da permetterci di considerare questo stesso concetto come un'intuizione chiave rispetto al modello di funzionamento della mente umana.

 

A mero titolo di esempio, si potranno aprire prospettive di comprensione, basate su elementi compatibili con la scienza corrente, per chiarire la funzione dell'archetipo quale modello di comportamento umano. Quanto ad esempio l'inconscio collettivo, o la presenza di modelli archetipici mentali è compatibile con la nostra percezione di libero arbitrio? Ed a seguire, se la nostra intenzionalità produce effetti causali sulla realtà (come empiricamente verifichiamo quotidianamente) in che modo ed in quale misura siamo liberi, ed in che modo la nostra libertà psicologica si differenzia da quella di soggetti (compulsioni, dipendenze, ecc..) il cui funzionamento mentale è alterato? E'indubbio che se decidiamo cosa mangiare a pranzo o per chi votare alle prossime elezioni sperimentiamo una percezione di libertà maggiore di quella di un soggetto alcolizzato o di un compulsivo, eppure ormai sappiamo di avere cause psicologiche inconsce, che seguono a loro volta schemi archetipici, che influiscono in maniera decisiva sulla nostra motivazione.

 

Chiariamo la domanda: siamo, e se si in che misura, causalmente determinati nella nostra intenzionalità cosciente dalla nostra neurobiologia?

 

Esiste dunque una sorta di determinismo psicologico?

 

Quest'ultima è peraltro una delle critiche più comuni rivolte alla psicologia junghiana degli archetipi, e non ritengo che sia facilmente liquidabile se non partendo da una più profonda disamina delle conoscenze neurobiologiche attuali e future. Se le nostre azioni siano psicologicamente determinate è una questione empirica e non filosofica, ed una risposta fondata potrà essere possibile solo su basi empiriche e fattuali.

 

"Ciò che sosteniamo è che le osservazioni disponibili sono a favore della tesi della libertà psicologica" (J. Searle, 2004; G. Watson, 2003).

 
 
 
26/07/2011
Alessandro Raggi

ESPRESSIVITA' E CONTAGIO EMOTIVO 

(D. Goleman 1995)

Noi trasmettiamo e captiamo gli stati d'animo in una continua interazione reciproca. Le emozioni sono contagiose. In generale, in un interazione un elevato livello di sincronia sta a significare che le persone che vi sono coinvolte si piacciono. L'essenza di un rapporto sta nella coordinazione degli stati d'animo, che è poi la versione adulta della sintonizzazione di una madre con il suo neonato (Daniel Stern). L'orchestrazione può essere impercettibile e un fattore determinante affinchè le relazioni interpersonali siano efficaci è l'abilità con la quale l'individuo attua questa sincronia emotiva. Come avviene questa magica trasmissione? Noi inconsciamente imitiamo le emozioni mostrate dagli altri attraverso una mimica inconsapevole (inconscia è la nostra percezione, ma sul funzionamento neuronale di questo meccanismo le neuroscienze hanno dimostrato l'attività dei cosiddetti "neuroni specchio") che coinvolge l'espressione facciale, i gesti, il tono di voce. Attraverso questa imitazione l'individuo ricrea in se stesso lo stato emotivo dell'altro.  L'individuo dotato di maggiore espressività è solitamente quello le cui emozioni trascinano l'altro.  Alcune persone sono dunque più efficaci nel trasmettere i propri sentimenti agli altri, mentre alcune persone risultano più suscettibili al contagio emozionale. 

 
 
 
10/06/2011
Recensione del libro: "Debellare il senso di colpa"

RECENSIONE DEL LIBRO

Autore: Della Seta Lucio

Titolo: Debellare il senso di colpa

175 p.

Anno 2005

ed. Marsilio

 

Sentirsi in colpa, genera risposte nevrotiche: ansia, angoscia, panico, depressione. Anche per Della Seta, psicoanalista Junghiano, sulla scia di Heidegger e Jaspers (che però non cita), il sentimento di colpa appare ineliminabile e connaturato alla condizione umana. L'autore però lascia intuire delle differenze strutturali tra la colpa, intesa come condizione ontologica, ed il senso di colpa connesso ad azioni e intenzioni dell'individuo. Il senso di colpa di cui ci parla Della Seta è più vicino agli istinti, alle risposte neurovegetative dell'organismo, che ad al sentimento legato al sentirsi responsabile di un azione. Lo stesso autore, sottolinea infatti i limiti del linguaggio, che per sfuggire ai malintesi, dovrebbe renderci disponibili dei termini alternativi.

L'originaria formulazione di Freud, secondo il quale il senso di colpa è connesso alla condanna morale di un Super-Io giudicante rivolto agli impulsi aggressivi e sessuali dell'Io, è nella prospettiva offerta un errore: la cultura dell'epoca e la nevrosi personale di Freud furono in tal senso fuorvianti.

 

L'intuizione, suggerita dietro un itinerario intellettuale ben argomentato, è che il successo sociale sia il valore morale fondante, trasmessoci consapevolmente o inconsapevolmente, dai nostri genitori: questa la base costitutiva dei valori presenti nel nostro Super-Io. Appare originale dunque, nel libro, il percorso che descrive la genesi del senso di colpa e dell'ansia viste quali risposte istintive ancestrali della specie umana all'abbandono da parte del gruppo: la sopravvivenza è legata all'accettazione sociale, che se compromessa dall'inadeguatezza dell'individuo, può mettere a repentaglio la sua stessa vita. Le risposte di panico e di ansia si collegano perciò direttamente ai sentimenti di esclusione, di incapacità, di essere sbagliati, rifiutati : dunque il senso di colpa è una vera e propria paura di "non essere in grado".

 

Il dio Pan si offre così quale guardiano del gregge umano, il cui potere allarmante e terrorizzante evita la dispersione e la disgregazione della specie. Il tributo che l'individuo paga alla specie, è in questo caso l'angoscia.

L'inevitabilità del senso di colpa e comunque legata, nel ragionamento di Della Seta, a meccanismi automatici di conservazione e protezione: il bambino assimila elementi colpevolizzanti e li lega a comportamenti direttamente o indirettamente pericolosi per la sua integrità fisica.

Sebbene ineliminabile, per le sue implicazioni funzionali alla difesa della specie umana, il senso di colpa si può comunque attenuare nei suoi effetti più dannosi. L'educazione dei bambini può essere modulata in maniera da circoscrivere il formarsi di un Super-Io eccessivamente severo, rendendolo dunque depositario di sensi di colpa e risposte ansiose più limitate o mitigate; se il danno è già fatto, da adulti, si può ricorrere per Della Seta a tre strumenti di lavoro analitico: sogno, dialogo interno e comportamento.

 

Alcuni passaggi più speculativi (l'inesistenza del libero arbitrio, la responsabilità morale, ecc...) sono rischiosi senza un adeguata argomentazione filosofica e lasciano un retrogusto di predestinazione. Ad esempio bisognerebbe che l'autore specificasse meglio le differenze tra libero arbitrio e libertà. Perché se e vero, come argomenta l'autore, che "l' uomo non può essere se non ciò che è e non può divenire se non quello che è", è altrettanto vero che Il fatto che sono io a scegliere, decidendo di essere me stesso, rende la scelta incondizionata, in quanto comporta che io sia responsabile di me stesso e delle conseguenze delle mie azioni. " Io sono quando scelgo e, se non sono, non scelgo " dice Jaspers. La lettura risulta comunque sempre agevole ed intellettualmente stimolante e questi temi potrebbero meritare da parte dell'autore un maggiore approfondimento, magari in un volume dedicato.

 

In definitiva, il libro scritto per un pubblico vasto, oltre che consigliabile ai genitori, può essere molto ben apprezzato anche dagli specialisti, sia per la sua chiarezza espositiva che per i contenuti, posti in chiave innovativa e stimolante.

 

Dr. Alessandro Raggi

 
 
 
22/05/2011
Psicheanima

"AFRODITE, STORIA E PSICOLOGIA DI UN MITO": RECENSIONE

Il testo di Paolo Tranchina e Maria Pia Teodori: Afrodite, Storia e psicologia di un mito, (Magi Edizioni, Roma 2011, pag. 362, Euro 25), affronta il mito di Afrodite di cui interpreta, a livello psicanalitico, i principali simboli, e i personaggi correlati. La storia parte dalla sumera Inanna, che riuniva nella sua figura amore e guerra, poi scissi in Grecia in Afrodite e Ares, e si pone molte domande. Come mai, la più bella tra gli dei sposa Efesto, il più brutto degli olimpici? Come mai la sua progenie con Ares, suo amante preferito, finisce tutta tragicamente? Delineato il passaggio dalla Afrodite greca, che Empedocle coglie come signora del conflitto amore-odio, che affascinerà Freud, alla Venere romana che Lucrezio canta in tutta la sua pienezza, incontriamo la Dea con Anchise, a cui partorirà Enea, capostipite della progenie di Roma. Ma come mai i Romani hanno scelto proprio lei? Particolare attenzione è posta alla favola di "Amore e Psiche", sulla quale si sono cimentati autorevoli allevi di Jung: Von Franz, Neumann e Hillman. Interessanti per i loro rapporti con la clinica le riflessioni su eros, logos e thanatos in Freud e Jung. La Dea è colta nella sua interezza culturale e spirituale, come signora dell'armonia universale, della reciprocità dell'amore, ben oltre ogni riduzionismo sessuale, fino al senso rinascimentale più profondo per la modernità: la Venere di Botticelli agli Uffizi di Firenze, che annuncia la nostra era.. Contro ogni scissione, corpo, spirito, bellezza sono uniti in nuove forme di armonia. Il libro documenta, con spirito critico, le principali figure che accompagnano la dea: Eros, Adone, Priapo, ma anche le figure femminili che rappresentano l'intera gamma delle sfaccettature della Grande Dea dell'Amore: da Lilith, Ecate, Persefone, Nemesi, fino a Eos, Circe, le Sirene, Medea. Interessante anche la figura di Afrodite-medico che cura attraverso la bellezza, cosa che permette agli autori di collegarsi alle pratiche antistituzionali italiane. Dopo una riflessione sulla prostituzione sacra, ci si interroga sui lati oscuri della dea: incesto, pedofilia, demonismo, sulla dialettica idealizzazione-denigazione che caratterizza i rapporti tra patriarcato e matriarcato. Conclude il testo un accurato indice analitico, un ottimo strumento di consultazione e approfondimento di oltre 2500 parole chiave.

 

Recensione

di Franco Nardi (Firenze):

Dalla copertina, di Anceschi e Sciaulini, una straordinaria Afrodite adolescente minaccia, con il sandalo, Pan che la tiene per un braccio, spalleggiata dall'intraprendente Eros che cerca di allentare il grande dio caprigno. Si tratta del testo di Paolo Tranchina e Maria Pia Teodori: Afrodite, Storia e psicologia di un mito, (prefazione di Maria Cristina Barducci, Magi Edizioni, Roma 2011, pag. 362, Euro 25), un lavoro attento e documentato che affronta gli elementi fondamentali del mito di Afrodite di cui interpreta, a livello psicanalitico, i principali simboli, come pietra, castrazione, conchiglia, e i principali personaggi correlati.

Il testo affronta le tematiche della Grande Dea dell'Amore sia sul piano sincronico (orizzontale) che diacronico (verticale). Traccia, infatti, la storia della Dea dalle prime apparizioni che si perdono nella notte di tempi, quando era una semplice pietra nera, sotto una tettoia nelle campagne di Pafos. Afrodite, infatti, rifiutava ogni riduzione a una forma definita, perché lei era Afrodite Morphos, colei che dà la forma a tutto, e quindi un significato assoluto che rifiuta ogni significante.

La sua evoluzione è tracciata a partire dalla sumera Inanna, assimilata alla babilonese Ishtar, che rappresenta sia il potere della bellezza che della guerra, i quali, nella cultura greca si sarebbero scissi in Afrodite e Ares.

Afrodite è colta nella pienezza dei suoi poteri volti a creare la reciprocità nell'amore che, come ricorda il poeta, "a nullo amato amar perdona".

Ma come mai, la più bella tra gli dei sposa Efesto, il più brutto degli olimpici, e ha come amante preferito Ares, il dio della guerra? Per ricostituire, forse, con l'unione dei contrari, lontane unità perdute.

Nel suo viaggio da Oriente a Occidente la Dea perde progressivamente i suoi aspetti di sfrenatezza, di eterismo, come li chiama Bachofen, per assumere quello di protettrice del matrimonio, di consacrate unioni permanenti, giunta sull'Olimpo, infatti, tutti gli dei le baciano le mani e la desiderano come legittima sposa. Non a caso Saffo, poetessa della dea, educava le fanciulle nella sua istituzione, il tiaso, al futuro ruolo di spose. Come sempre i miti ci spiazzano facendosi beffe dei nostri luoghi comuni, semplificazioni lineari, false certezze. Infatti, come sintesi molteplice di infinite determinazioni, di opposti inconciliabili, il mito di Afrodite non è esente da aspetti mortiferi, distruttivi nelle sue forme di Afrodite assassina, e Afrodite seppellitrice (tymborichos).

Accompagnatala nel viaggio che la conduce ad Anchise al quale partorirà Enea, il grande progenitore di Roma, il testo delinea il passaggio dalla Afrodite greca, che Empedocle coglie come signora del conflitto amore-odio, alla Venere romana che Lucrezio canta in tutta la sua pienezza di signora del cielo, della terra e del mare e procreatrice di tutte le creature. Alla maturità segue il declino, narrato da un testo dei primi secoli della nostra era, il "Pervigilium Veneris", nel quale il mondo pagano cede via via al potere del Cristianesimo.

In questo periodo di passaggio, particolare attenzione è posta alla favola di "Amore e Psiche", che fa parte dell' "Asino d'oro" di Apuleio, sulla quale si sono cimentati autorevoli allevi di Carl Gustav Jung: Marie Louise Von Franz, Erich Neumann e James Hillman. La ricostruzione della storia della Dea permette di coglierla nella sua interezza culturale e spirituale, come signora dell'armonia universale, che mal si presta a semplici riduzioni sessuali, fino al senso rinascimentale più profondo per la modernità: la Venere di Botticelli agli Uffizi di Firenze.

Sul piano trasversale il libro documenta, con attenzione e spirito critico, le principali figure che accompagnano la dea, da Eros, dio antico e giovane monello, che squassa il petto agli uomini e agli dei, a Adone, il suo figlio-marito, fino a Priapo l'ultimo degli Olimpici.

Interessante e spregiudicato è l'approfondimento delle figure femminili che rappresentano l'intera gamma delle sfaccettature della dea dell'Amore: da Lilith, la prima donna,. Ecate, Persefone, Nemesi, la dea della vendetta, fino a Eos, una aurora inquietante, Circe, le Sirene, Medea. E' così puntigliosamente ricostruita l'intera costellazione di Afrodite che coglie queste figure divine, insieme a tutti gli attributi positivi e devastanti nei quali la Dea si manifesta agli umani come terribile Grande Madre primigenia, ma anche come soccorritrice Afrodite-medico capace di curarci attraverso il potere della bellezza, cosa che permette agli autori di collegarsi alle pratiche antistituzionali italiane.

Il testo, oltre ad essere organico e, tutto sommato, esaustivo rispetto al tessuto mitologico affrontato, si sofferma anche su dettagli poco noti o trascurati, se non addirittura rimossi, perché non in sintonia con i valori dominanti. Come il fatto che Telegono, figlio di Ulisse e Circe, uccise per errore il padre, dopo il ritorno ad Itaca, con la lancia fatta col pungiglione di una razza, segno, forse, di un tempo che precede di molto, la scoperta dei metalli. Dopo un anno di lutto e espiazione Telegono portò il feretro sull'isola della maga che raggiunse insieme a Telemaco e a sua madre Penelope. Nell'isola Telemaco fece coppia con Circe e Telegono con Penelope: un intrigante doppio incesto incrociato all'ombra del corpo del grande padre. Forse una tardiva rivincita del matriarcato rispetto all'archetipo patriarcale che Ulisse rappresenta. Di questo segno è anche l'attenta disanima che affronta i diversi aspetti della prostituzione sacra e tutta una serie di problemi sulla dialettica idealizzazione-denigrazione che caratterizza i rapporti del patriarcato rispetto al matriarcato. Si affrontano anche problemi come l'incesto, la pedofilia, il demonismo, e anche se il testo non è certo un trattato di sessuologia, sarebbe stato utile lavorare di più su Afrodite oggi, sull'amore al tempo di internet, con le implicazioni per l'immaginario collettivo sia della realtà virtuale, sia della possibilità di incontrare partners in tempo reale.

Il testo, attento, colto, ampiamente documentato, si conclude con un accurato indice analitico di oltre 2500 parole chiave, descrittori e indicatori, che ne fanno un ottimo strumento di consultazione e approfondimento non solo per esperti ma anche per chiunque ami queste storie del passato lasciandosi vivificare dal loro messaggio. Il linguaggio di "Afrodite", infatti, senza negare nulla alla profonda complessità è sempre piano e accessibile a tutti.

 
 
 
16/05/2011
Psicheanima

IO PELLE

 

....Persone indifferenti

m'incrociano al mercato,

ignorano che il mio corpo

sia diventato prezioso,

per le tue carezze... essi non sanno

che in me porto i tuoi baci,

come il sole

questo sigillo divino che l'accende

d'una fiamma inestinguibile.

(R. Tagore)

 

La pelle ed il soma non sono appendici od involucri sterili della nostra psiche. In questa poesia di Tagore è evidente come la carezza dell'Altro, il suo amare il nostro corpo, lo accende , rendendolo vivo.

La pelle è ciò che traccia il confine tra noi ed il mondo esterno, attraverso di essa strutturiamo le nostre percezioni, sensazioni ed emozioni, il nostro IO.

La pelle può diventare una corazza o un vero e proprio organo di ricezione di piacere. Nella pelle ci ammaliamo se è troppo sottile e se tutto ci tocca, somatizzando ( es. psoriasi). L'io è la pelle della nostra psiche. Un io fragile, troppo sottile, si ammala quanto la pelle se non resiste ai colpi della vita.

La psicologia junghiana ha avuto il merito di riconoscere, forse per prima quanto la relazione curi. Per relazione però io non intende solo quella transferale tra analista e paziente. In casi di ferita nell'io-pelle, essere riconosciuti nella e dalla relazione, essere toccati è fondamentale, anche fuori da un setting analitico.

Chi ha un gatto sa quanto questo animale viva con piacere delle carezze, chi ha un bambino sa che toccarlo e massaggiarlo da piccolo può sviluppare persino la sua intelligenza.

Così il tocco dell'Altro passa attraverso il nostro Io -pelle e arriva all'anima, nutrendoci.

Sono queste carezze primarie, è questo amore ripetitivo e accogliente che ci struttura. Quando il nostro corpo è spento siamo deprivati della gioia di sentirci, anche profondamente. Il rischio è diventare corazza, il rischio è perdere la capacità di farci toccare. Il rischio è la siderazione del sentimento e della capacità di farsi toccare, fisicamente quanto psichicamente.

Il primo passo che si può compiere è imparare ad accarezzarci anche da soli. Magari dopo un bagno caldo, potremmo stendere dolcemente sulla nostra pelle un olio di mandorle e riconoscerci .

Anche da soli.

La capacità di accarezzarsi da soli è l'unica possibilità che abbiamo di sconfiggere il mendicare affetto. L'assenza dell' Altro non ci affamerà mai completamente se siamo capaci di vivere anche se con una pelle più sottile.

( l'io pelle è un concetto postulato dall'analista francese Didier Anzieu )

 
 
 
09/05/2011
Psicheanima

Convegno: «50 anni dalla morte di C.G. Jung.

Modernità di un metodo psicodinamico»

Università degli Studi di Bologna

Alma Mater Studiorum

Dipartimento di Psicologia

 

Aula Fanti, Via berti Pichat 5

13 Maggio 2011

ore 15:30

 

La Scuola di psicoterapia «AION» di Bologna,con questo convegno, intende rendere omaggio a uno dei maestri della moderna ricerca sull'inconscio.

Il pensiero di Carl Gustav Jung si incentra principalmente sullo studio della psiche umana,

con particolare attenzione all'elaborazione di un metodo psicodinamico che si confronta con tutta

la comunità scientifica psicoterapeutica.

Jung si occupa, nei suoi studi, di tracciare una via per la conoscenza dei diversi aspetti della

psiche, dell'approfondimento del concetto di inconscio, già elaborato da Freud, alla tipologia

psicologica, dalla psicologia del femminile a quella dello sviluppo infantile.

Si concretizza con lui una scuola di pensiero in grado di offrire risposte concrete alle molteplici

domande che si manifestano nella sofferenza umana.

Una scuola di pensiero che mantiene ancora tutta la sua attualità nel novero della psicologia

dinamica di cui Jung è stato pioniere geniale e straordinario teorico.

 

Relatori

 

Dott. Angelo Gabriele AIELLO,

Direttore scuola AION (Bologna):

Introduzione

 

Prof. Renzo CANESTRARI,

Professore Emerito di Psicologia,

«Alma Mater Studiorum»

Università degli Studi di Bologna,

presidente del comitato scientifico

della scuola AION (Bologna):

«Lectio Magistralis: l'opera di

Carl Gustav Jung»

 

Dott. Marco GAY,

Psicoterapeuta (Verona),

Fondatore e Docente scuola LISTA

di Milano:

«La materia prima dell'opera di

C. Gustav Jung tra il 1907 e il 1913"

 

Dott. Antonio GRASSI,

Medico psichiatra, membro IAAP,

direttore UOCI Servizio per le Dipendenze

Asl D Roma, presidente LIRPA (Laboratorio

Iitaliano di Ricerche in Psicologia Analitica:

«Jung Uomo e analista: dall'Anima al sè»

 

Dott. Luca Valerio FABJ,

Medico chirurgo psicoterapeuta,

docente scuola AION di Bologna,

Direttore della rivista di Psicologia

del Profondo «Il Minotauro»:

«L'inconscio filogenetico di Freud e

quello Collettivo di Jung, un confronto

comparativo possibile nell'ambito di una

moderna metapsicologia psicodinamica?»

 

Dott.ssa Maria Cristina BARDUCCI,

Psicologa analista e psicoterapeuta,

membro AIPA e IAAP, didatta AIPA:

«Jung e il femminile: dall'immagine

dell'anima alla soggettività della donna»

 

Dott.ssa Rossella ANDREOLI,

Psicologa psicoterapeuta, membro

CIPA e IAAP:

«I bambini di Jung: Psicologia Analitica

e Pratiche di Psicoanalisi Infantile»

 
 
05/05/2011
Psicheanima

Il Sé e la Persona: questioni di identità

 

L'opposto del processo individuativo, che dovrebbe culminare nel raggiungimento del , è descritto come il restringersi, fino alla cristallizzazione, dell'espressività inconscia. Questo conduce al fissarsi in maniera rigida di quella che viene definita: Persona; intesa da Jung quale funzione di adattamento cosciente alle esigenze imposte dalla realtà e dalla società all'individuo.

Ognuno di noi dispone di una Persona sociale, che può essere metaforicamente intesa come la maschera di cui ci serviamo per affrontare le situazioni reali della vita. Quanto più flessibile è la maschera che indossiamo, tanto più il nostro grado di adattamento all'ambiente è maggiore. Il restare imprigionati nella stretta morsa di un'identità fasulla, perché solo parziale, che Winnicott chiama Falso sé, ci priva del contatto con gli altri esseri umani e ci emargina verso una posizione difensiva nevrotica. L'uomo si pone infatti, per J.Hillmann, come "attore" sulla scena della vita, recitando i vari ruoli imposti dal sociale: Genitore, Amante, Amico, Direttore, Figlio, Coniuge, ecc...; se accade che la Persona si identifica con tutto il nostro Io, si approssima la perdita della capacità di simbolizzare e della natura plastica della nostra dimensione vitale.

La tensione del processo d'individuazione è dunque tra gli opposti polari Sé e Persona.

 
 
 
05/05/2011
Alessandro Raggi

La via dell'individuazione: passaggio per l'Ombra

 

La via dell'autoconoscenza non necessariamente deve passare attraverso l'analisi. Noi conosciamo e applichiamo questo metodo, ma la storia di ogni cultura ne tramanda innumerevoli e diversi.

Da Virgilio a Dante la discesa nell'oscurità infera precorre necessariamente la visione della luce.

Jung notò come il procedere dell'analisi fosse scandito da una serie di tappe, le quali si presentavano in una successione simile ai procedimenti alchemici. In analisi questa successione non ha comunemente un percorso lineare, bensì circolare.

La cultura alchemica si sviluppò dalla tarda antichità in India e in Cina, in occidente ebbe il suo culmine nel medio evo.

Gli alchimisti ricercavano la conoscenza del mondo, di Dio e della spiritualità attraverso la natura, divennero esperti conoscitori delle proprietà dei metalli e degli aspetti taumaturgici e curativi delle erbe.

Si compievano esperimenti, materialmente, all'interno di officine e laboratori. Mentre la chimica moderna opera sulla materia, scindendola dal suo aspetto spirituale, l'opera alchemica era principalmente interessata a recuperare elementi spirituali connessi alla materia: "Passione", "Unione", "Morte", all'interno delle trasformazioni subite dalla materia, erano le variabili spirituali ricercate dagli alchimisti.

Nella visione junghiana il processo trasformativo (e liberativo) dell'uomo è inscritto in un percorso denominato "Individuazione". Il culmine di questo processo è nella riconciliazione tra istanze inconsce ed opposte, affinché trovino una rinnovata elaborazione, portando al riconoscimento del "Sé" : l'elemento centrale ed unificatore della coscienza.

L'opera alchemica poteva dirsi compiuta nella trasformazione della materia grezza (piombo) in metallo nobile (oro): la pietra filosofale. Primo passaggio obbligato di ogni processo trasformativo alchemico, è il verificarsi della "Nigredo": la riduzione della materia allo stato di morte e putrefazione, preludio ai successivi passaggi trasformativi.

E' su queste similitudini che Jung considerò quale prima ed essenziale tappa dell'analisi il confronto con l'Ombra.

Ci limitiamo in questa nostra breve riflessione a discutere dell'Ombra individuale e collettiva, altri piani di speculazione, che affronteremo in seguito, ci porteranno a osservare come si possano reperire, su questo argomento, elementi di riflessione di natura ontologica ed archetipica.

Così, la Nigredo, l'Ombra, è premessa necessaria per il reperimento di nuove mete materiali e spirituali. Gli alchimisti dovevano confrontarsi con la Nigredo per ottenere la pietra filosofale, l'uomo è parallelamente tenuto al confronto e dall'integrazione dell'Ombra: ecco apparire l'Ombra individuale quale istanza portatrice, in potenza, delle virtù piene ed unificate contenute nel Sé.

 
 
 
28/03/2011
Il Complesso di Era

(la donna e il dramma dell'abbandono)

 

Il tradimento e l'abbandono sono tra gli eventi più aggressivi che possano sconvolgere la nostra psiche, fonte di stress e causa di reazioni depressive e stati ansiosi.

Agli psicoterapeuti arrivano numerose richieste di aiuto da parte di pazienti, che vivono il trauma del tradimento all'interno di una relazione.  Soprattutto ultimamente, sono sempre più numerose le donne  di mezza età  che si vedono " abbandonate" dai loro compagni storici per donne più giovani, come se il complesso di Peter Pan abbia sconvolto la nostra epoca narcisistica. Ma si tratta effettivamente di questo?

Costruire una relazione, è un'arte e un lavoro, che richiede molto impegno. In nome di questo impegno spesso, si rinuncia a importanti parti di sé. Per adattarsi alla vita del Noi, l'Io deve necessariamente abdicare al suo primato.

Che cosa accade invece, se rinunciamo a una porzione troppo grande di noi stessi in nome della stabilità che dovrebbe garantirci la relazione?

E soprattutto, cosa accade quando la tanta agognata stabilità c'è sottratta?

La nostra stessa identità viene minacciata, ci sentiamo separati da noi stessi, come l'androgino primordiale, abbiamo perso non solo la nostra metà, ma il substrato che costituiva il nostro esserci nel mondo. Per questo le reazioni, dopo la rabbia, sono comunemente legate all'ansia, la depersonalizzazione, il panico e la depressione.

Ma il nemico è sempre interno.

Evoluzione è il nome di un processo lungo quanto la vita. Evoluzione e cambiamento sono due concetti che non dobbiamo mai dimenticare nel corso di una relazione affettiva.

Coniuge, ha un etimo interessante: è colui con il quale condividiamo il giogo. Costruire una stabilità prevede necessariamente delle rinunce, delle sottrazioni: un sacrificio.

Sacrificio, da "sacrum facere" è la parola che descrive come unirsi all'altro nella condivisione di un progetto, diventare di più di noi stessi, trascenderci nell'ulteriore, è indubbiamente un processo sacro.

In questo processo che ci porta a picchi di piacere e gioia nel sentirci uniti, il tradimento arriva come una ferita, l'abbandono come la sconcertante evidenza di rimanere intimamente soli, dinanzi alla vita.

 

Era, Giunone per i Romani, la dea del matrimonio, rappresentava l'incarnazione del focolare domestico. Per questa divinità femminile, lo status di moglie, compagna e paladina dell'unione, era tutto ciò che contava.

Continuamente alle prese con i tradimenti di Zeus, Era scalpitava, si vendicava, uccideva, puniva, posseduta dall'ira "funesta" nei confronti delle rivali, ree di aver intaccato la sua stabilità interiore, data unicamente dal suo status.

Quanta energia si spreca reagendo nel nome di Era? Quanta energia psichica s'investe nel voler preservare uno status quo mediocre e inficiante, per il terrore di guardare in faccia un cambiamento?

Il traditore è sempre il reietto, ma infondo assume su di sé il coraggio di denunciare un malessere. In molti casi, le donne possedute dal complesso di Era, nascondono la testa sotto la sabbia, sottovalutano gli indizi, negano a se stesse il lento logorio del rapporto, le distanze, i silenzi. Dicendosi che finché un uomo è in casa, finché non ci lascia, tutto va bene.

In realtà però nulla va bene, quando il "giogo" non è più condiviso, il progetto comune svanisce, quando l'ideale che ci sosteneva s'infrange nella realtà del cambiamento.

 

E' comune che a una tonalità affettiva tipica e ricorrente, che abbiamo denominato complesso di Era, si associno emozioni, sensazioni, e più in generale uno sfondo emotivo sul quale osserviamo manifestazioni dotate di una propria caratteristica singolare. La donna-Era, può assumere aspetti e modi comportamentali distinti, eppure alcuni tratti peculiari la contraddistinguono sempre: la profonda gelosia, più o meno manifesta, ma sempre radicata e potente; uno stile di relazione con il coniuge fondato su un amore dove l'erotismo è spesso in secondo piano; una cocente rabbia, indirizzata talora verso il marito, altre volte verso il padre o il sesso maschile in generale, verso le "donne" erotiche e lascive, a volte verso l'intero genere umano.

Ricordiamo anche, che Era, oltre che moglie di Zeus, ne era anche sorella. La donna-Era interpreta, infatti, il proprio ruolo coniugale con una passione erotica povera a confronto dello zelo con cui curano gli aspetti più istituzionali della scelta di coppia: la casa, il matrimonio, i figli. L'erotismo è dunque soppiantato da regole relazionali maggiormente proprie di altre relazioni: fratello/sorella, madre/figlio. Il matrimonio, e la sua tutela, sono dunque il centro delle attenzioni di questa donna, che non considera la coppia essenziale ai fini del saldo mantenimento dell'istituzione matrimoniale stessa. In questa psicologia, la coppia è funzionale al focolare, non ne è il presupposto basilare. Se è evoluta, la donna-Era è attiva sessualmente, ma lo fa' perché è necessario, per accontentare il compagno.

Non è infrequente il costellarsi di sintomatologie ossessive dietro queste manifestazioni archetipiche: l'ordine, la pulizia, il rigore educativo e morale, possono in taluni casi rappresentare il centro della domanda di aiuto che queste pazienti rivolgono allo specialista. Quando l'uomo-Zeus le tradisce, allora sovente anche manifestazioni depressive si associano a queste strutture di personalità caratterizzate da tratti ossessivi. Eppure in questa donna non è raro trovare impulsi al tradimento, alla fuga extraconiugale, soprattutto quando incontrano uomini che le sappiano far sentire apprezzate e valorizzate in quanto donne. Esse non sono, infatti, inclini al tradimento per puro appagamento sessuale. Tradiscono per vendetta nei confronti del marito, per avere la prova di essere ancora desiderate e desiderabili, per un piacere più intimo e meno fisico.

 

Il modello maschile prevalente, in questa dinamica, sembra dunque, più quello di Zeus/Giove piuttosto che Peter Pan. Il Peter Pan appartiene a psicologie radicate nei miti dell'adolescenza e dell'infanzia, è un uomo non "adulto", che fugge le sue responsabilità, si lancia in sfide grandiose, rincorre l'oggi, che gli sfugge sempre. Ha un rapporto con la donna e con la sessualità superficiale, impulsivo, incontrollato. Una donna/Era può incontrare certamente dei Peter Pan, ma è altrettanto comune, rileggendo la mitopsicologia di Jean Shinoda Bolen, che le si affianchino degli uomini/Zeus: adulti e dotati di un proprio senso di responsabilità, per i quali il tradimento è un'affermazione egoica del loro potere e della loro superiorità, che difficilmente però rinuncerebbero alla loro dimensione coniugale. 

 

Crisi, krìsis in greco, vuol dire momento di passaggio, scelta, ed ha la sua radice nel verbo Krìnò, separare e decidere, era dunque una parola che richiamava a una transizione da un momento noto a un altro, ancora ignoto.

Spesso si parla di crisi di coppia come opportunità, e a bene vedere.

Una crisi ci permette di non scappare, se decidiamo di affrontarla con il coraggio di vedere davvero cosa sta accadendo.

Molte volte, le parti di noi cui avevamo rinunciato per la relazione, ritornano dai nostri abissi e ci bussano alla porta. Alcune persone vivono questo come un'emergenza istintuale e non riescono a razionalizzare un impulso: quindi credono ingenuamente che un tradimento, una pelle più giovane o diversa, possa essere la guarigione, la panacea di un malessere.

Spesso, non si riesce a compiere il grande passo del cambiamento assieme e un rapporto naufraga. Ma con esso non naufraghiamo noi se prendendo in mano le redini del nostro essere più profondo, prendiamo coscienza di quante cose ancora straordinarie possiamo fare nella nostra vita.

Il sociologo Baumann chiama il nostro mondo "liquido". Nel mondo liquido tutto è precario, tutto fluisce, cambia e scorre, lasciandoci talvolta spiazzati.

Non c'è una ricetta che ci preservi dal male, ma se tutto cambia e scorre, se la precarietà è condizione ontologica dell'umano, una cosa resta e su questo possiamo fare conto: il nostro nucleo.

Spesso lo bistrattiamo, lo barattiamo in nome della sicurezza e della stabilità, scordandoci che amandolo invece, esso può diventare la nostra corazza più invincibile, la roccia cui aggrapparsi, l'oasi preziosa cui rinfrescarsi .

La riscoperta di questo nucleo nutriente che abbiamo dentro di noi, prevede un percorso, prevede sofferenza, prevede tante cadute, ma ci ricorda che la prima vera relazione che abbiamo il compito di preservare è quella con noi stessi.

Questo ci permetterà di aprirci a nuovi incontri e di vivere indipendenti e forti nel Noi.

 
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