Introduzione alla psicologia analitica junghiana

«Se nello sviluppo dell'individuo il confronto con l'Ombra è opera da apprendista, il confronto con l'Anima è opera da Maestro.» (C.G. Jung)

«Spesso mi vengono chiesti chiarimenti circa il mio metodo analitico e psicoterapeutico. Non posso rispondere in modo univoco: la terapia è diversa per ogni caso.» (C.G. Jung, 1925)

 
 
 

Carl Gustav Jung e la Psicologia Analitica

Breve introduzione alla Psicologia Analitica di Carl Gustav Jung

(a cura di Alessandro Raggi, psicologo psicoanalista, Napoli)

Testi tratti dalle lezioni introduttive alla psicoanalisi junghiana tenute dal Dott. Raggi presso la Scuola di Psicoterapia Analitica Junghiana AION di Bologna

Salvo preventiva autorizzazione scritta, è vietata la riproduzione, anche parziale e con qualsiasi mezzo, dei suddetti testi.


 

Premessa

Compito arduo "introdurre" la psicologia analitica e dunque il pensiero di Jung e dei post-junghiani. Arduo perché qualunque introduzione che si prefigga lo scopo di sintetizzare un corpus teorico monumentale rischia di essere riduttiva, parziale, wikipedica. L'Opera di Jung è peraltro, per mole di scritti, di gran lunga superiore a quella di Freud. La traduzione italiana in 19 volumi, curata da Luigi Aurigemma per Boringhieri, è circa il doppio dell'Opera di Freud ed è inferiore alla metà del lavoro effettivamente prodotto da Jung e disponibile sino ad oggi unicamente in tedesco.
Scarsa o superficiale conoscenza dell'Opera di Jung vi è anche tra appartenenti al pubblico colto o specialistico: la maggior parte degli psicologi e degli psicoterapeuti hanno letto poco o nulla di Jung. Molti psicoanalisti, di orientamento non junghiano, non conoscono Jung, eppure non si risparmiano dal citarne – o persino criticarne – in modo inappropriato i principali costrutti (Raggi, 2014).

 

Nota biografica

Carl Gustav Jung (Kesswil, 26 luglio 1875 - Kusnacht, 6 giugno 1961) è stato uno psichiatra e psicoanalista svizzero.

La sua tecnica e teoria di derivazione psicoanalitica è chiamata "psicologia analitica", ma anche "psicologia del profondo": inizialmente fu chiamata "psicologia complessa".

 

Tra il 1906 e il 1913 avvenne l'incontro tra i due "giganti" della psiche: Freud aveva 50 anni e Jung appena 31.

 

Nel carteggio tra Jung e Freud disponibile solo dagli anni '70 del secolo scorso, emerge con chiarezza quanto l'idea che Jung sia stato un "allievo" di Freud sia un semplice luogo comune. Le teorie di Jung, in nuce, erano già abbozzate sin dai suoi primissimi scritti come in "Psicologia e patologia dei cosiddetti fenomeni occulti" (1902) ove Jung già poneva le basi per lo sviluppo di tutto il successivo sviluppo del suo pensiero: l'autonomia dei processi psichici inconsci, la presenza di istanze psicologiche capaci di dar vita a motivi mitologici estranei alla cultura e alla conoscenza della persona che li aveva creati.

 

 

Jung con Bleuler al Burghölzli di Zurigo, parallelamente a Freud, aveva già iniziato una propria esplorazione di fenomeni psicologici inconsci utilizzando un proprio metodo che che chiamò di "associazione verbale". Fu inizialmente vicino alle concezioni di Sigmund Freud, se ne allontanò definitivamente nel 1913, dopo un processo di differenziazione concettuale culminato con la pubblicazione, nel 1912, dell'opera "La libido: simboli e trasformazioni". In questo libro egli esponeva il suo orientamento, ampliando la ricerca analitica dalla storia personale del singolo alla storia della collettività umana. 

 

In Italia l'orientamento junghiano della psicoanalisi è stato introdotto da Ernst Bernhard che formò alcuni tra gli analisti junghiani più famosi, tra i quali Aldo Carotenuto (Napoli, 1933 – Roma, 2005).

 

Le divergenze con Freud

Nella riformulazione junghiana del simbolo dell'incesto, troviamo l'esemplificazione della differente visione della natura e delle possibilità umane che intercorreva tra i due grandi della psicoanalisi. Jung a differenza di Freud si occupò prevalentemente di paziento psicotici, che portano un'esperienza emotiva e contenuti simbolici molto più ricchi rispetto ai primi e questa differente esperienza clinica incise non poco nella formulazione delle teorie junghiane.

 

Freud riteneva che l'immagine dell'incesto, legata al complesso edipico, fosse in rapporto con i desideri incestuosi arcaici del bambino. L'osservazione dei processi transferali tra analista e paziente, portò invece Jung a notare quanto questi desideri inconsci fossero effettivamente attivi e presenti anche in seguito. Se Freud vede in ciò la sostituzione, nevrotica, di un desiderio rimosso, Jung vi osserva il riproporsi di un motivo archetipico collettivo.

 

Il richiamo di Jung a un atteggiamento ermeneutico nei confronti del simbolo, evita la tendenza a ricercare un principio unico dietro le manifestazioni simboliche. Queste riguardano, infatti, l'emersione di verità sempre provvisorie, molteplici, che escludono probabilmente il vantaggio della semplicità di lettura, ma superano il limite dell'unilateralità di qualunque possibile interpretazione psicologica.
Il significato eminentemente simbolico della castrazione e dell'incesto, fu peraltro in questo senso prospettato da Jung prima di chiunque altro. Il divieto dell‘incesto viene letto da Jung in senso realmente psicologico, metaforico e simbolico. La Libido perde la sua natura esclusivamente sessuale e persino la mamma assume caratteristiche simboliche e universali attraverso l'immagine archetipica della "Grande Madre". Le tendenze libidiche incestuose divengono così, nel pensiero junghiano, spinte regressive che tendono al riassorbimento simbolico del soggetto nell'utero materno, al ritorno nel ventre della Grande Madre: si tratta delle regressioni che ritroviamo costantemente nel nevrotico che non riesce a percorrere strade di autonomia e di responsabilità e che continua a rifugiarsi nel grembo inghiottente del Materno.

 

Ecco qual è il senso della verità simbolica dell'incesto per Jung che ne causò la separazione da Freud.

Ciò che riscatta l'uomo dall'Edipo, per Jung, non è dunque l'evirazione intesa in senso letterale e neppure metaforico, ma la castrazione simbolica che si compie attraverso il sacrificio e la rinuncia agli istinti primordiali. È il mondo matriarcale dell'infanzia che deve essere sacrificato, la spinta regressiva verso il ritorno all'indifferenziazione nel materno.

Questo è il vero tabù per l'individuo. L'incesto è allora immagine simbolica della regressione ad unum con il materno: mancata crescita, deresponsabilizzazione, rinuncia alla pienezza di una vita propria e differenziata: simbolicamente esso corrisponde ad annullamento e morte del soggetto.

 

Dalla psicologia complessa (Jung 1933, 1935) alla psicologia analitica
Jung (1931, introduzione a Mente primitiva e civiltà moderna di Charles Aldrich) riconosce in "Totem e Tabù" (1913) di Freud la prima esplorazione della psicologia complessa. Una psicologia capace di includere la psicoanalisi e la psicologia adleriana e includente anche altre psicologie ancora in fase di maturazione, priva cioè di un costrutto teorico "chiuso" e definito e fondata piuttosto su un continuo "work in progress" (Mario Trevi, 1993, saggi di critica neojunghiana, Milano, Feltrinelli).

Emerge dunque una psicologia che aperta all'inclusione di nuove prospettive e modelli teorici piuttosto che alla chiusura in un unico (e parziale) modello, premette a se stessa la possibilità di confrontarsi con la natura composita dell'anima umana. A differenza di ogni costrutto teorico "definito", che inevitabilmente pur "spiegando" aspetti centrali della psiche parzializza la natura dell'uomo obliando necessariamente altri aspetti.
 

L'inconscio collettivo

L'inconscio nella formulazione junghiana non è più solo quello individuale, prodotto dalla rimozione, ma nell'individuo esiste anche un inconscio collettivo che si esprime negli archetipi.

L'archetipo è una sorta di "DNA psichico": il concetto deve molto a Platone e alle sue "idee", oltre che agli studi di filogenetica iniziati con Freud.

 

Libro Rosso (Jung)

 

La nascita della psicologia analitica

La personalità scientifica di Jung si manifesta con il concetto di "complesso". Esso è un insieme strutturato di rappresentazioni, consce e meno consce, dotate di una carica affettiva. La psiche umana è un insieme indeterminato ed indeterminabile di complessi, tra i quali lo stesso "Io", il complesso che ha l'appannaggio della coscienza ed è in relazione con tutti gli altri. Quando questa relazione s'indebolisce o si spezza, gli altri complessi si fanno autonomi, inconsci, e cominciano a dirigere l'azione, con un processo di dissociazione, origine del disagio psichico.

 

La funzione trascendente è capace di superare le opposizioni di cui la psiche è costituita proprio mediante la produzione di simboli. Essa opera affinché vi sia 'individuazione', processo sintetico che coinvolge gli opposti che costituiscono l'uomo, nel quale egli si riconosce nella sua autonomia dagli stereotipi culturali. In questo percorso (da Jung riscontrato in maniera traslata nelle operazione Alchemiche) l'individuo incontra e si scontra con gli archetipi (inconsci) della propria personalità: solo affrontandole egli potrà dilatare maggiormente la propria coscienza. Esse sono "la Persona", "l'Ombra", "l'Animus o l'Anima" e "il ".

 

La funzione trascendente proietta l'individuo fuori di sé, sul piano d'un pensiero inconscio collettivo. Se la coscienza riesce a sviluppare un atteggiamento positivo nei confronti dei simboli, prodotti di questa facoltà, l'individuo può liberarsi del disagio riaffrontandolo da un punto di vista diverso. Inoltre egli, nel differenziarsi da queste matrici collettive di senso e dagli istinti primordiali, può integrare i valori universali custoditi dalla cultura, trovando una modalità personale di attuarli.

 

Un altro concetto fondamentale, il tipo, viene introdotto da Jung nel libro Tipi psicologici (1921). Oggetto dell'opera è una classificazione degli individui secondo "tipologie psicologiche", che prendono le mosse dal carattere del loro adattamento. Essi si articolano attorno alla basilare polarità "Introverso/Estroverso", ed alla conseguente distinzione di due individui tipici fondamentali. Essi riprendono, in individui diversi, il ritmo sistole/diastole tematizzato da Goethe.


 

L'attualità del pensiero junghiano

 

Archetipi, introversione-estroversione, inconscio collettivo, sono solo alcune delle espressioni junghiane che, avulse dal composito sistema di pensiero della psicologia analitica, hanno trovato posto nel lessico corrente, seppur troppo di frequente depotenziate nella loro potenza evocativa, nella loro complessità e profondità. Non di rado, capita che siano attribuite ad autori successivi idee elaborate decine di anni prima da Jung, spesso solo appena riformulate, quando non persino interamente copiate (Fabj, 2013).

 

Concetti come traslazione e contro-traslazione (transfert e controtransfert) erano studiati da Jung e da lui utilizzati nella pratica clinica, ben prima che altri psicoanalisti attribuissero a questi concetti la valenza operativa che hanno avuto successivamente sino ai nostri giorni (Fabj, 2009). Jung era solito affermare che secondo la visione della psicologia analitica «il transfert è l'alfa e l'omega di tutto il metodo analitico» (Jung, 1946).
La difficoltà dello stile con cui Jung si esprime nei suoi scritti, allusivo, circolare, ermetico, o addirittura "ambiguo" come egli stesso lo definisce «per rispettare il duplice aspetto della natura psichica», non ha probabilmente giovato alla diffusione della sua opera tra gli psicoanalisti.

 

Dal paradigma computazionale all'intrapsichico, sino alla mente intersoggettiva
A riproporre le teorie di Freud e Jung, ponendo nel contempo una critica molto forte alle psicologie cognitivo-comportamentali, stavolta non è la psicoanalisi, ma ci pensa direttamente una delle branche della scienza considerate tra quelle "forti" e che, paradossalmente, si è sviluppata inizialmente proprio come alleata "empirica" delle psicologie cognitive: la neuroscienza cognitiva. In quest'ambito, uno dei lavori più autorevoli e attuali è quello portato avanti da uno tra i più famosi neuroscienziati del mondo, Vittorio Gallese, che assieme a Massimo Ammaniti ha scritto "La nascita dell'intersoggettività" (2014).

 

Negli ultimissimi anni, almeno agli addetti ai lavori, è diffusa la convinzione che le scoperte delle neuroscienze stiano contribuendo in maniera vigorosa a sostenere su base empirica le teorie psicoanalitiche (Mancia 2008) elaborate oltre un secolo fa ed evolute nelle più recenti formulazioni della clinica psicodinamica contemporanea.

Ma cos'è l'intersoggettività? Questo concetto è utile a descrivere le «interazioni e gli scambi tipicamente umani che si sviluppano fin dai primi giorni di vita, in un processo che conduce alla capacità di comprendere la mente degli altri» (Gallese e Ammaniti, 2014). La teoria psicoanalitica, che da sempre enfatizza il ruolo delle figure genitoriali (e/o di accudimento) nello sviluppo psichico successivo del soggetto, viene posta a confronto con le ricerche empiriche che osservano la nascita della matrice intersoggettiva nel bambino nell'ottica delle neuroscienze cognitive.
Nel testo di Gallese e Ammaniti si tratta inoltre il tema della relazione con l'altro, della coscienza (e dell'inconscio) che la psicoanalisi contemporanea finalmente è arrivata a considerare anche nei suoi aspetti "transpersonali" (Comelli e Faucitano, 2008), che per Jung già dall'inizio della sua Opera, sono di natura "collettiva" (Jung, 1936).

 

Psicologia analitica e intersoggettività
La psicologia analitica junghiana si rifà al "mysterium coniunctionis" (Jung, 1955-56), concetto che coincide di fatto con l'intersoggettività, secondo il quale la relazione travalica i confini dell'Io per descrivere un processo relazionale fondato su un orizzonte che include l'altro come elemento inscritto in un processo psichico interindividuale.

 

In Italia è stata sicuramente Silvia Montefoschi a divulgare maggiormente il paradigma intersoggettivo junghiano. Questioni teorico-cliniche cruciali della cultura psicoanalitica come i concetti di proiezione, identificazione proiettiva, rimozione, dopo l'iniziale cauto confronto con le neuroscienze ove si intravedevano già a inizio secolo scoperte comparabili con la teoria psicoanalitica (Moccia, Solano, 2009), trovano oggi conferme empiriche ancora più solide nelle neuroscienze cognitive attraverso i risultati degli esperimenti sull'intersoggettività. Si tratta, infatti, di posizioni che implicano il superamento del dualismo soggetto-oggetto, sino a considerare nozioni come Identità e Soggetto come parte di un insieme più esteso: il .

 

Le menti umane nella prospettiva della psicologia analitica, non sono menti isolate, per quanto possano pur essere interdipendenti tra loro, bensì avrebbero la possibilità di interagire intersoggettivamente in un sistema che abbraccia tutte le interrelazioni tra soggetti. Il superamento del dualismo e dell'interdipendenza tra soggetti, porta alle sue più estreme conseguenze a comprendere meglio concetti junghiani come la sincronicità, ovvero la possibilità che soggetti differenti, pur essendo fisicamente separati in realtà siano parte di un'unica dimensione intersoggettiva, nella quale possono verificarsi eventi che non seguono la linearità causa-effetto, ma la logica appunto della sincronicità ove il nesso tra gli eventi è di natura a-causale.


 

 

Il pensiero junghiano e la Psicoanalisi contemporanea

 

Ritorno alla psiche immaginale della psicoanalisi contemporanea
Jung chiamava "archetipi", gli schemi innati che influenzano la nostra struttura di pensiero e che dunque sono alla base della nostra capacità simbolizzante. Per James Hillman e la Psicologia Archetipica essi organizzano la nostra psiche ‒ a sua volta di natura essenzialmente immaginale ‒ esattamente secondo le figure e le rappresentazioni del Mito.

Con la sua psicologia archetipica, è proprio James Hillman (1975) che ha definitivamente sdoganato la psicoanalisi dalla dimensione interindividuale, e sulla scia delle intuizioni junghiane, si è spinto sino a ricollocarla nel mondo e nella collettività (Raggi, 2013).

 

D'altronde, in molte teorie psicologiche si ritrova lo stesso "motivo" della configurazione psichica innata: i cognitivisti hanno i "sistemi motivazionali di comportamento"; Lacan chiamava "Altro" la struttura che "predetermina" e attraversa il soggetto; Bion, infine, parla di una "funzione α" in grado di trasformare le protoemozioni in pittogrammi e dunque (ancora una volta) in immagini.

Si torna così all'idea di una psiche di natura immaginale, esattamente come teorizzata da Jung.

 

Dall'intrapsichico al collettivo: psicoanalisi oggi
La psicoanalisi "classica" sembra peraltro, invece, ormai irrimediabilmente avvitata attorno ai soliti interrogativi che ancora continua a definire come cruciali: «se l'epoca determini forme diverse di sofferenza oppure no, e come si iscriva nel disagio» (Rinaldi – Stanzione, 2012). Per decenni, un certo tipo di psicoanalisi, chiusa nel suo autismo egosintonico, ha scansato il confronto con il sociale, il relazionale e il collettivo. Da qualche anno finalmente sembra interessata a recuperare il tempo perduto, ma spesso non si accorge di incespicare su gambe visibilmente atrofizzate dalla propria disabitudine. Il pur interessante lavoro di alcuni psicoanalisti (Nicola Peluffo) si rifà al pensiero junghiano senza tuttavia citarlo esplicitamente.

Zangrilli e ad altri (2013) si sono persino spinti sino a formulare concetti che ricalcano in maniera quasi del tutto corrispondente la teoria archetipica, ovviamente tralasciando di citarla: «oggi sappiamo che lo psichismo umano ha delle determinanti che lo condizionano (...) Non solo. Attribuiamo una grande importanza a quello che definiamo il "terreno psichico" definito come l'insieme dei fattori costituzionali, ereditari o acquisiti, che intervengono nella comparsa e nell'evoluzione di uno stato sintomatico».

 

Francesco Comelli, psicoanalista ed etnopsichiatra dell'Università di Urbino, attento studioso del disagio contemporaneo e partcicolarmente interessato alle contaminazioni culturali e intellettuali provenienti dai vari affluenti della psicoanalisi, riporta le considerazioni di numerosi studiosi attuali (Comelli, 2010) che s'interrogano, a partire dai mutamenti storici e sociali, proprio sui cambiamenti nel modo di intendere la psicoanalisi e le patologie contemporanee.
In queste riflessioni viene dato grande risalto all'idea di una possibile trasmissione di "mandati inconsci" che si susseguono attraverso le differenti generazioni sino al paziente. Questa ipotesi, tra le altre cose, lascia anche pensare all'immagine junghiana di "inconscio collettivo" – costrutto per molto tempo tenuto ai margini dalla psicoanalisi non di matrice junghiana – semplicemente perché ritenuto eccessivamente speculativo.
 

Paradigmi concettuali contemporanei in psicoanalisi e tecnica junghiana
Il cambiamento a cui è andato incontro il paradigma concettuale della psicoanalisi contemporanea, con l'enfasi posta sugli aspetti relazionali rispetto a quelli pulsionali ed intra-psichici, la posizione molto vicino alle formulazioni della psicologia analitica. Negli approcci psicoanalitici relazionali si è anche - ormai da tempo - sviluppato un modo nuovo di concepire il controtransfert e il ruolo dell'analista: questi non viene più visto come una presenza anonima e asettica, come uno ‘schermo opaco' su cui si riflettono i movimenti psichici del paziente, ma come un partecipante attivo al processo analitico, nel quale entra con la propria specifica soggettività. Un modo di intendere il processo analitico, insomma, analogo aquello che Jung propose sin dal suo primissimo distacco dalle posizioni freudiane.

 

Pensiero onirico di veglia, le teorie di campo dei Baranger, dreaming ensemble (Grotstein, 2007), "talkink as dreaming" (Ogden, 2007), "trasformazione in sogno" (Ferro, 2010), estensione del concetto di rêverie a tutto il modo in cui è ascoltata una seduta (ovvero come un sogno), ricordano in maniera incontrovertibile concetti junghiani e persino tecniche junghiane, come l'immaginazione attiva.
Per Ferro, La rêverie è a differenza delle libere associazioni un contatto diretto con un'immagine che dalla mente del paziente si rivela nella mente dell'analista che oggi sembra essere per la psicoanalisi la capacità principale dell'analista, sostituendosi alla capacità di interpretare. Hillman aveva già parlato, anni fa, di analisti capaci di concettualizzare ma incapaci di immaginare.
Ferro (2014). «...il movimento che si vede in psicoanalisi è il passaggio da una psicoanalisi delle memorie e dei contenuti verso una psicoanalisi che porti allo sviluppo degli strumenti e degli apparati per sentire per pensare e per sognare.».

 

Self-discluosure, enactment, interpretazioni insature, sono altri dispositivi utilizzati dagli psicoanalisti attuali, che Jung aveva descritto in termini analoghi sin dai primi anni del secolo scorso nelle poche indicazioni di tecnica analitica da lui lasciate.
In definitiva e per concludere, la psicologia analitica si erge da solide fondamenta che affondano nel nostro passato culturale più remoto, essa al contempo permane e si ramifica in tutte le dimensioni del tempo attuale ed ha porte e ponti affacciati sul domani che la proiettano verso il futuro.

 


 

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