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Psicoanalisi e terapie cognitivo-comportamentali: l'integrazione impossibile

Psicoanalisi e terapie cognitivo-comportamentali: l'integrazione impossibile.

In molti domandano fino a che punto sia pensabile un'integrazione tra le psicoterapie. Effettivamente, in maniera un po' ingenua, si potrebbe essere portarti a chiedersi: «perché mai non unire le forze e provare a lottare, tutti assieme, contro il disturbo mentale?»

 

Questa è però, in alcuni casi, solo una nobile quanto irrealizzabile utopia e si fonda probabilmente sull'illusione che tutti condividano una medesima visione della natura umana. Purtroppo però la realtà non è questa, vi sono infatti profonde differenze proprio tra gli psicologi, gli psichiatri e gli psicoterapeuti rispetto a cosa si intenda per sano o insano, normale o patologico per la psiche umana. Il vero dramma è che non c'è condivisione neppure sul concetto di "normalità" e di conseguenza sull'idea di "disturbo mentale". Spiace deludere quanti immaginavano che i professionisti del settore avessero chiari i costrutti di base delle proprie discipline psicologiche o psichiatriche, ma i fatti sono proprio questi: manca una definizione univoca di normalità e di patologia. Neppure il famoso DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) include una definizione di "normalità" e dunque di patologia, limitandosi a fornire descrizioni più o meno attendibili dei quadri sintomatici che convenzionalmente designano i vari disturbi psichiatrici.

 

Tra le varie forme di psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) e le psicoterapie psicodinamiche e psicoanalitiche vi sono differenze non solo tecnico-metodologiche, ma etico-epistemologiche che non sono facilmente superabili. Ecco perché il "tutti uniti contro le patologie" non può funzionare. In particolare modo tra questi due orientamenti della psicoterapia, non si troverà alcuna facile integrazione, o comunione d'intenti. Psicoanalisi, psicoterapie psicodinamiche e CBT si muovono da presupposti di base completamente differenti rispetto alla visione della natura umana, del sintomo, della malattia, e pertanto dei concetti di "cura" e di "guarigione". Queste parole, nei rispettivi modelli psicoterapeutici, hanno significati profondamente dissimili.

 

La psicoterapia cognitivo-comportamentale, le psicoterapie strategiche, e in generale tutte le terapie di questo tipo, che si basano su una visione riduttiva della natura umana, intendono il sintomo fondamentalmente come uno spiacevole accidenti a cui rimediare: un problema da risolvere il più in fretta possibile. Le cause del sintomo e del suo mantenimento non sono "interpretabili", ma semplicemente funzionali. L'individuo psicologicamente sofferente va riparato e rimesso in condizioni di riprendere quanto prima il suo regolare funzionamento. Si tratta di una visione meccanicistico-funzionale della vita e di un riduzionismo della terapeutica psicologica a pratica ortopedica.

 

Psicoanalisi e psicodinamica, hanno invece una più complessa concezione della natura umana. Esse considerano il sintomo non tanto - non solo - come "un problema da risolvere", quanto "un problema che viene posto" all'individuo da forze più potenti della coscienza del soggetto stesso.
Se da un lato, quello delle terapie cognitivo-comportamentali, quindi, la cura consiste nel togliere il sintomo, dall'altro, quello della psicoanalisi, la cura è a partire dalla domanda che pone il sintomo come possibilità di interrogarsi sul proprio malessere più profondo. Le terapie psicodinamiche non si focalizzano, quindi, sul sintomo ma su ciò che il sintomo significa per quel soggetto, sulle sue possibilità trasformative e sul suo potenziale individuativo.

 

«La società è la più forte istigatrice dell'incoscienza perché la massa divora il singolo che non trova fondamenti in sé stesso, riducendolo immancabilmente a particella impotente. Lo Stato totalitario non potrebbe sopportare neppure un istante che la psicoterapia si arroghi il diritto di aiutare l'uomo a realizzare a sua naturale destinazione; al contrario insisterebbe sul fatto che essa deve essere altro che strumento di produzione di forze collettivamente utili. La psicoterapia si trasformerebbe così in un tecnicismo teso a un unico scopo: l'incremento dell'efficienza, del rendimento sociale. L'anima sarebbe privata della sua vita per divenire una funzione il cui uso sarebbe affidato all'arbitrio dello Stato. La psicologia sarebbe abbassata a mera ricerca delle possibilità di razionalizzare l'apparato psichico. Per quanto riguarda infine le finalità terapeutiche del trattamento, l'incorporazione del paziente nella struttura statale diverrebbe il criterio di guarigione. (...) Lo Stato non si distinguerà allora in nulla da una prigione o da un termitaio.»
(Carl Gustav Jung, "La psicoterapia oggi, 1945)