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Psicheanima
Psicheanima
  30/01/2014 - admin

Quei "bravi ragazzi" che rapinano i coetanei

 

Sempre più spesso accade nelle nostre città che piccole bande di ragazzini, con alle spalle ambienti familiari tutt'altro che disagiati, si improvvisino delinquenti. Pochi giorni fa, un diciassettenne nel tentativo di difendere il suo iphone è stato ripetutamente accoltellato da «figli di professionisti e impiegati. Ragazzi per bene...» chiosa la cronista de La Repubblica (30.12.2014, ed. Napoli, pag. 3).

 

Non si tratta di casi circoscritti a Napoli, ovviamente. In tutte le grandi città si registrano situazioni analoghe: "Il Giorno, 08/feb/2008, BULLISMO A Milano. Baby gang rapina un 14 enne. Presi 10 ragazzi di buona famiglia" "La Repubblica Milano 04/giu/2013, È stata fermata la baby gang che colpiva fuori dal liceo classico Beccaria. Uno dei ragazzi è stato descritto come "di buona famiglia", figlio di due professionisti" "Il gazzettino ed. Padova, 27/08/2013, PADOVA - Scoperta e denunciata baby gang del centro di Padova dedita ai furti. Ragazzi insospettabili, tutti studenti liceali, di buona famiglia." "Primocanale.it, Ventimiglia (GE), 05/03/2011, Per divertimento e per noia, quattro ragazzi tra i 17 e i 20 anni, scassinavano distributori automatici. Tutti di buona famiglia."

 

Innumerevoli altri episodi si sono verificati nelle stesse città menzionate ma anche a Verona, Bologna, Bari. Ciò che da psicologo mi colpisce non è solo la giovane età dei ragazzi che compiono questi crimini, ma il fatto che commettano dei reati – cosiddetti "di strada" – senza una condizione socio economica di appartenenza che seppur non giustifichi nulla, possa almeno rendere più "comprensibile" il gesto.  Rubare per fame forse per la legge non è diverso dal rapinare per noia, ma la psicologia è chiamata a mio avviso a fare delle differenziazioni.

 

Un'altra cosa che balza all'attenzione dello psicologo è la ripetitività ossessiva con cui alcuni giornalisti si ostinino a etichettare questi giovani come persone "di buona famiglia" o "bravi ragazzi". In questo modo si afferma implicitamente l'idea dell'appartenenza alla casta. Non si diventa di buona famiglia se ci si comporta bene e rispettosamente nei confronti del prossimo e della legge, ma lo si è per diritto di nascita. È il mio appartenere a una determinata fascia sociale che mi conferisce il diritto di essere tra i "bravi" e non più il mio comportamento reale.

 

Si nota, inoltre, il declino della responsabilità individuale, verso un orizzonte sempre più vicino al sociale e al collettivo. Se in un non lontano passato, episodi simili – reati commessi da ragazzi "benestanti" – erano difatti il miglior pane per i denti dello psicoanalista, trattandosi di un disagio più individuale, singolo, isolato nel soggetto spesso portatore di un disturbo di personalità, oggigiorno è invece sempre meno raro assistere a simili episodi. Ciò in parte travalica le possibilità dello psicologo. Si tratta di questioni che coinvolgono anche il sociale e il collettivo, l'etica su cui si fonda la stessa coesione sociale che pare aver subito negli ultimi anni dei profondi mutamenti, forse in peggio.

 

Cosa spinge dei ragazzi benestanti a ferire, accoltellare, violentare, solo per appropriarsi, come accade, di soldi, telefonini o altri oggetti di consumo? Com'è possibile che i genitori – professionisti, impiegati, persone "borghesi" insomma – non si siano minimamente resi conto del disagio dei propri figli: ragazzi minorenni, spesso ben sotto i diciassette anni di età. C'è dialogo in queste famiglie? Cosa sanno questi genitori dei loro figli?

 

I nostri ragazzi non sono più abituati alla frustrazione, al sacrificio, al sapersi accontentare. Devono avere tutto e subito, lo pretendono e i genitori sono spesso complici di questo impulso predatorio. Si perde lo spazio della noia, il vuoto necessario al pensiero, allo sviluppo della creatività. L'amore passa spesso anche per il diniego, non solo per il sì a tutti i costi. Eppure questo resta un problema drammaticamente sociale e dunque anche culturale. Ne sapremo uscire?

 

Dott. Alessandro Raggi